TAGLI E CICATRICI
Di Emanuela Geraci
Che significato ha un taglio cesareo per la donna
che lo vive ? Come pensare tutte le emozioni che accompagnano
in alcune donne le emozioni del taglio ? Perché alcune
donne lo vivono in maniera traumatica e altre no ?
Perché negli anni settanta veniva vissuto quasi
con orgoglio ed oggi come un’esperienza traumatica
?
Queste sono alcune delle domande che mi sono posta
per cominciare ad indagare questo argomento, per me
molto affascinante, visto che io stessa sono nata da
un taglio cesareo.
Un taglio, una ferita sulla pelle, una cicatrice,
per molti racconta una storia di vita, un’esperienza
significativa, “da ricordare”, da raccontare1,
una caduta da bicicletta, quando abbiamo rubato il
coltello dalla cucina…nel nostro corpo si scrivono/inscrivono
storie che appartengono al nostro ordine simbolico
personale. Sul mio polso sinistro vedo ancora la cicatrice
di quando mi sono ferita con un filo spinato, mentre
ancora sedicenne, a Festos nell’isola di Creta,
facevo l’archeologa. Sulla mia guancia, appena
sotto l’occhio per qualche anno è rimasta
una cicatrice, ora scomparsa, che mi sono fatta in
Australia la prima volta che ho lanciato al galoppo
un cavallo nel bush. Sono cicatrici che parlano di
avventure, da ricordare con orgoglio, da celebrare,
i miei primi tentativi di separarmi dalla famiglia,
eppure protetta dalla loro presenza, dalla mia giovane
età.
Poi qualche anno dopo un altro taglio, un episiotomia,
a segnare un’altra separazione, da mio figlio
non più nel mio ventre, forse dalla mia nascita,
forse più tardi da un intero ordine simbolico,
quello medico e patriarcale che vede la donna, solo
come corpo, su cui parlare, e non con cui parlare,
quello che vede nella nascita solo l’ennesima
ripetizione di una routine e non un momento sacro.
Ma questo è avvenuto più tardi. Al momento
in cui è successo, il medico mi ha chiesto il
permesso, ed io gliel’ho dato. Il permesso di
scrivere sul mio corpo una storia, che troppo tardi
mi sono accorta di non volere, una storia che, allo
stesso tempo, mi ha aperto i cancelli di una consapevolezza,
che spesso, nella storia delle donne, procede per tagli
e cicatrici.
Non avevo visto la sua “barba blu”, avevo
creduto ingenuamente, che loro, i medici fossero le
persone giuste a cui affidarsi, che il parto fosse
più sicuro in ospedale, nonostante tutto quello
che avevo letto, nonostante tutto quello che sapevo,
mi sono distratta, come Demetra si distrae, quando
le rapiscono Persefone, è solo un momento, un
momento in cui la nostra “coscienza femminile” si
assenta, il nostro intuito, il nostro sapere profondo.
Quante volte l’ho sentito: Sapevo che in ospedale
succede così, ma non ci ho creduto… e
Cappuccetto Rosso si perde nel bosco. Non può essere
che succeda davvero, che mi trattino in quel modo,
che mi facciano un’operazione inutile, un taglio,
che poi per una settimana mi impedirà di sedermi
con in braccio mio figlio, e che non serve a niente.
Non è possibile, non può essere vero.
Perché lo hanno fatto. Perché ho detto
di si ? L’ingenuità però, per chi
si fa toccare da queste domande, dalle emozioni realmente
provate, sparisce per sempre.
E pensate un cesareo…Ai tanti cesarei inutili
che non servono a salvare vite, ma solo a dare più soldi
agli ospedali, o a permettere ai ginecologi di programmare
meglio la loro agenda.
Ho osservato di frequente quanto le donne cesareizzate
si sentano in colpa dopo quello che è successo,
si accusano, si torturano, se avessi fatto…se
avessi detto…Mi fanno venire in mente un paragone
agghiacciante, la donna che dopo essere stata violentata,
abusata, molestata, interiorizza le voci che le dicono,
se non ti fossi messa la gonna quella sera, se non
fossi passata da quel vicolo buio…
E la violenza degli stupratori rimane intoccata,
inattaccabile, sfrontata.
Poi arriva la rabbia, la voglia di denunciare, di
fare qualcosa, di crescere, di imparare. La rabbia
ti porta a fare domande, a cercare risposte.
Perché alcune donne vivono il parto cesareo,
come un lavoro incompiuto, oppure come la prova della
loro incapacità femminile ? “Vuol dire
che non sono abbastanza donna”, mi sono sentita
dire una volta. Oppure “ mi è mancato
il travaglio”, l’affrontare il dolore,
quando poi un parto cesareo è molto più doloroso
e più a lungo di un parto naturale. Qualcosa
manca, è mancato, a livello fisiologico lo sfogo
finale di tutta la tensione accumulata, ma anche a
livello psicologico, manca, il ce l’ho fatta
! ci sono riuscita ! Quella sensazione indescrivibile
che ci lega subito al neonato: l’ho fatta io,
l’ho fatto io ! il suo corpo che scivola dal
mio…Una sensazione tutta fisica del creare…l’orgoglio
della creatrice, quella sensazione di potere, di meraviglia,
di stupore, dell’avere toccato i propri limiti
e poterlo raccontare. Oppure un dolore non affrontato,
o un femminile non riconosciuto e non integrato.
Tutto questo in un parto cesareo manca e deve essere
cercato, ricostruito, ed anche vissuto, la bambina
dentro di noi, deve poter vivere il suo momento di
onnipotenza, il momento in cui rivela al mondo, ce
l’ho fatta, l’ho fatto io, o anche, ci
sono passata, ho attraversato il guado.
Rimane il taglio, e poi una cicatrice, a raccontare
una storia, a ricordare una nascita, ma anche un’assenza,
una mancanza. Qualcosa che non è andata come
doveva andare, come il bambino o la bambina non hanno
attraversato interamente il canale del parto, così per
le madri, qualcosa non è stato attraversato.
Il passaggio, eppure il passaggio c’è stato,
non è stato onorato, della cicatrice ci si vergogna,
non la si mostra volentieri, non si scopre la pancia,
con tutto il suo vissuto di non detti, di esperienze
vissute e poi taciute, una pancia che sa, troppo piena
di emozioni, in questo mondo sempre più spaventato
dalle emozioni, condanniamo a tacere la nostra cicatrice.
E per contrasto, mi vengono in mente, le cicatrici
rituali, che tanta importanza hanno nelle culture tradizionali,
cicatrici che segnano iniziazioni, momenti di passaggio,
la nascita, la pubertà, il matrimonio, la morte,
tutti i cambiamenti di status, richiedono cerimonie
pubbliche che conferiscono sacralità al momento
di passaggio, sanciscono il riconoscimento collettivo
della nuova posizione sociale acquisita.
L’iniziato dunque, deve superare tre livelli:
quello di separazione, quello di margine, quello di
aggregazione.
La separazione ha la funzione di tagliare i legami
con il mondo quotidiano e introdurre in una dimensione
diversa, questa dimensione di margine è caratterizzata
da prove e torture, dove vengono rivelate credenze
sull’uomo e il mondo che fondano il modo di vivere
di quella collettività. Momento centrale è il
rito di morte e rinascita, l’uccisione simbolica
e il ritorno dall’aldilà. La morte iniziatica
significa ad un tempo morte dell’infanzia, dell’ignoranza
e della condizione profana. Si rinasce quindi ad una
condizione adulta, di saggezza e sacralità.
E’ soprattutto nel momento di separazione,
in cui si tagliano i legami con il mondo “come
lo conoscevamo”, che si praticano le cicatrici,
che si effettuano i tagli.
La pelle infatti sostiene un confine, separa dall’esterno,
protegge e mette in comunicazione con l’interno.
Nei, cicatrici, tatuaggi, scarificazioni, rivestono
la pelle di un tessuto identitario. Quel taglio, quella
cicatrice sono io.
Tutte le pratiche che incidono il corpo sono funzionali
alla regolazione del caos interno ed alla produzione
di una memoria tattile della nostra esistenza.
Nel caso di un taglio cesareo, il caos a cui risponde
il bisogno di tagliare, l’esigenza di un taglio, è un
caos collettivo che non distingue tra sé e l’altro,
tra il vissuto degli operatori sanitari di cui poco
sappiamo, del loro, panico, della loro ansia di “liberare” il “bambino”,
da un’istituzione che avvilisce non solo la nascita,
ma anche la stessa arte medica. Di mettere in salvo,
al sicuro il bambino dal terribile drago del materno,
di un potere femminile, da sempre incanalato, circoscritto,
censurato, tagliato.
Un taglio operato su di un corpo che appartiene ad
un soggetto femminile che si lascia tagliare, come
Persefone si lascia rapire, dando luce poi nel ritorno,
nell’heuresis, nel ritrovamento di Demetra,
ad una coscienza rinnovata.
E dunque i medici si sono investiti e vengono investiti
da un’aspettativa magico-rituale che riguarda
la struttura stessa della psiche femminile, integrando
le funzioni iniziatiche di chi presiedeva agli antichi
riti, senza tuttavia riconoscerle, senza consapevolezza.
Il parto ospedaliero si configura come un’iniziazione
mancata, proprio perché le donne si trovano
a scontrarsi con l’evidente sproporzione tra
le loro aspettative di accoglienza, conoscenza, emotive
e sacrali e le pratiche effettivamente offerte.
Il taglio che diventa una cicatrice indica un’assenza,
un’iniziazione senza iniziazione, ridotta alla
sua fenomenologia più esteriore, il “segno” sulla
pelle che non dice il suo contenuto fondamentale, il
passaggio avvenuto, la maturità conseguita.
Diventa, nel vissuto emotivo, un segno senza significato.
Eppure il segno parla lo stesso e prova a raccontare
la sua storia, di assenze e di mancanze ma anche di
spazi che si aprono, fecondi, come per i Tagli del
pittore Lucio Fontana, semplici tagli tagli su tela,
che aprono spazi imprevisti, impensabili, dallo spazio
bidimensionale della superficie, per puntare ad un
segno-spazio cosmico, uno spazio che sta al di là di
ciò che si percepisce, in relazione con l’assoluto.
Come la coscienza femminile, segnata dai molti tagli
che ha subito nella nostra storia di donne, sempre
più vicina allo sguardo, che da quei tagli si
lascia guardare.
Mi piace pensare ad Artemide, la dea greca che per
secoli nei suoi Misteri, i Brauronia, ha sorvegliato
il passaggio all’età adulta di tante fanciulle,
dea del parto, dea violenta dell’arco e della
freccia, mi piace pensarla come la dea che oggi sorveglierebbe,
onorerebbe e proteggerebbe le donne dal taglio cesareo.
Una dea giustamente aggressiva con chi attacca le madri
con i loro cuccioli, una dea selvatica e ombrosa, che
si rifugia nel folto della foresta, tagliando quando è necessario
i legami con il vivere civile, sorvegliando i confini
del sacro dentro di noi. Forse ha proprio quelle qualità che
si stanno risvegliando in tante donne, e che servono,
ora come allora, a proteggere la nostra ritrovata coscienza
femminile.
E infine, una volta che del passaggio si è ritrovata
consapevolezza, una volta celebrata l’heuresis,
una volta che il dolore ci ha costrette a metterci
in cammino a porci domande e a cercare risposte, ecco
sprigionarsi nuovamente tutta l’energia incredibile
del parto, energia vera, di un parto vero, che incredibilmente,
sovvertendo tutte le leggi naturali e innaturali, può liberarsi
anche dopo un cesareo, quando la potenza del simbolico,
e come sempre, la forza dell’amore possono far
si che l’impossibile accada.
1.Quando il corpo
racconta la vita – una lettura antropologica
dell’autolesionismo di Desirèe Panzac,
in www.sibric.it
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